Era quasi ora di cena e l’osteria di Lizzano cominciava a spopolarsi. Quasi tutti gli uomini del paese si fermavano lì, di ritorno dai campi, per un meritato bicchiere. O anche due, o tre – tutta salute. Poi però bisognava decidersi e rincasare, altrimenti la moglie chi la sente.

Pian piano nell’osteria calò la quiete. Sarebbe rimase vuota, se non fosse per quella tavolata di perdigiorno.

«Portaci ancora una fiasca di vino rosso, Giuseppe!», gridò uno di loro. L’oste sospirò e aggiunse un segno alla lista che teneva su un foglio di carta, dietro il banco. Quei tre bevevano così tanto che se non si annotava tutto, c’era di che perdere il conto. Pagavano sempre, in questo erano buoni clienti. Però erano loschi, e certe volte attaccavano briga per scemenze, così, solo per il gusto di fare baruffa. E poi, dove li prendevano tutti i soldi che si bevevano ogni giorno? L’intera giornata la passavano in osteria, quindi un lavoro onesto di certo non ce l’avevano. Chissà cosa combinavano di notte. Una volta Mario, che era sempre ben informato, aveva detto all’oste che quelli predavano le tombe nei cimiteri dei paesi vicini. Rubavano le fedi e i denti d’oro dei defunti, e li rivendevano a un botteghiere senza scrupoli, giù a valle. Va a sapere poi se era vero, o se si trattava di una delle tante chiacchiere infondate che girano in paese. E in fondo è meglio non sapere la verità, in casi come questi.

Intanto i loschi avventori sussurravano fra di loro.

«Alfio, ma sei sicuro che non ti abbia preso in giro?»

«No, è una dritta sicura. Questa volta facciamo il botto, basta lavoretti da quattro soldi.»

«Non mi piace, secondo me è una fregatura.»

«Che c’è, Antonio, te la stai facendo sotto?»

«Lo sai bene che non ho paura, Lucio, nè degli sbirri nè dei giudici. Ma col Diavolo non si scherza.»

«Ma come sei cretino. Credi veramente che sia un diavolo? E’ solo un vecchio libidinoso con la fantasia contorta. E’ disposto a pagare bene, a me non importa altro.»

«Certo che è una richiesta strana. Vuole una donna con il nome di una pianta. E dev’essere pure incinta. Che razza di perversione è?»

«Se io avessi i suoi soldi, andrei ogni sera con la Giovanna, altro che. E’ ancora giovane e bella, per quello si fa pagare così cara. Altro che piante incinte!»

«Chi se ne frega. Se quel vecchio ci dà veramente l’oro che ha promesso, non sarò certo io a giudicare i suoi gusti.»

«Ma dove la troviamo sta donna?»

«C’è l’Oliva, quella che abita a Diamberi. La bionda. Ha già la pancia bella gonfia, penso che al diavolo possa andar bene.»

«Non è un diavolo, te l’ho già detto!»

«Perfetto, sarà un lavoro facile. Dai, ancora una bottiglia, così Antonio prende un po’ di coraggio. Poi si va.»

Illustrazione di Alessandro "Tatzel Wurm" Russo

Il giorno dopo i pastori trovarono il corpo della povera Oliva sul monte Belvedere, sotto le mura del castello diroccato che domina il paesino di Querciola. La donna aveva le vesti strappate e segni di ematomi sulle braccia e sul collo, come se qualcuno avesse voluto violentarla. Il medico, venuto apposta dalla valle, disse che si era rotta il filo della schiena, forse cadendo da una delle pericolanti finestre del castello.

Gli abitanti del villaggio avevano lasciato il lavoro per vedere di persona la triste scena. Si mormorava increduli. Come ci era finita lì? Chi l’aveva ammazzata? Il diavolo, senza dubbio. Chi altri commetterebbe un atto così scellerato?

Sul petto della povera Olivia c’era un monile con l’immagine della Madonna. La sacra effige non era riuscita a preservare la vita della ragazza, ma forse almeno l’anima l’aveva salvata. Mario, che era sempre ben informato, sentenziò che il diavolo non può resistere alle immagini sacre: se non fosse stato per il monile, il diavolo l’avrebbe posseduta, e a quest’ora la povera Oliva sarebbe fra le fiamme dell’inferno. «Di certo quel mostro l’ha afferrata, e poi quando ha visto la Madonna la lussuria si è trasformata in paura. Così l’ha scaraventata via, giù dal castello.»

Il prete annuì, e fece notare ai paesani che la donna era caduta con le braccia spalancate e le gambe chiuse, formando l’immagine della croce: «Questo dev’esser stato il colpo finale che ha sconfitto il diavolo: grazie all’estremo sacrificio di Oliva, possiamo star sicuri che il satanasso non tornerà più a insidiarci.»

Qualcuno pensò che se il prete avesse fatto meglio il suo lavoro, forse il diavolo non sarebbe neppure venuto qui in prima battuta; ma nessuno ebbe il coraggio di dirlo ad alta voce. Però effettivamente da quel giorno la vita sulle colline tornò tranquilla, e non si udirono più incidenti sinistri come quello. Da quel giorno anche Alfio, Antonio e Lucio sparirono dalla circolazione. Non che nessuno li rimpianse: di certo in quella storia avevano giocato un ruolo oscuro. Le guardie li cercarono per giorni, ma niente da fare. Dov’erano finiti? Qualcuno disse che si erano trasferiti in città, comprandosi una bella casa grazie all’oro con cui il diavolo aveva ricambiato i loro sporchi servigi. Altri, forse a ragione, sostengono che l’oro del diavolo è un inganno, e che l’unica ricompensa che quel cornuto elargisce è la dannazione eterna.

Tutte chiacchiere, ma non chiacchiere vane: è il modo con cui un villaggio cerca di curare le ferite della propria memoria. L’unica cosa sicura è che da quel giorno lassù rimane un misterioso solco a forma di croce, in cui non cresce l’erba. E’ il segno che è rimasto dove è caduto il corpo di Oliva: il marchio indelebile di un crimine assurdo. Da allora sono passati secoli, ma quel solco arido lo potete vedere ancora oggi, se avete il coraggio di salire sul monte Belvedere, fin sotto alle mura del vecchio castello.

Testo a libera interpretazione di Francesco Boer e illustrazione di Alessandro "Tatzel Wurm" Russo

Fonte: http://www.davantialcamino.it/leggende.html

Francesco e Alessandro sono anche gli autori dell'Atlante degli Animali Fantastici d'Italia!

Gli animali del folklore nostrano sono in pericolo: già decimati dal razionalismo, ora devono sopportare la concorrenza sleale dell'immaginario preconfezionato dell'industria dell'intrattenimento.

L'atlante degli Animali fantastici d'Italia si propone l’ambizioso scopo di salvaguardare i mostri e le bestie leggendarie della nostra tradizione. Abbiamo attinto scrupolosamente dal patrimonio di racconti dei nostri avi, ma la nostra non è una semplice raccolta di leggende popolari. Il nostro intento è ben più radicale: vogliamo ripopolare le nostre terre con le creature dell’immaginazione.

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